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ALLA FINE DEL MONDO CAPITOLO N° 5


Prossima stazione: deportazione




A poco più di un centinaio di metri dal Museo passano i binari del pittoresco Viejo Expreso Patagonico, da tutti conosciuto come la Trochita. La storica linea ferroviaria a scartamento ridotto completata nel 1945 che univa Esquel alla cittadina rionegrina di Ingeniero Jacobacci³⁶, attraversa l’estancia Leleque nell’intera sua estensione.
Per i Mapuche questo treno ha perduto da parecchio il fascino che incanta le frotte di turisti, e quei binari rischiano di diventare la direzione della loro deportazione.
Da tempo, infatti, le comunità vivono sotto la minaccia incombente dello sgombero forzato poiché il gruppo Benetton, e insieme con lui il Governo provinciale del Chubut, ha progettato una nuova attività turistica che andrebbe a sfruttare il tracciato della Trochita, riabilitando il treno e predisponendo un percorso guidato all’interno della regione e della stessa proprietà della dinasty trevigiana³⁷.
Per fare questo, però, otto famiglie del villaggio, composte soprattutto da bambini e da anziani, finirebbero sfollate, come il giornalista argentino Sebastian Hacher ha segnalato in un articolo del novembre 2003³⁸ pubblicato sul sito di Indymedia Argentina.
Per tutta la seconda metà del secolo scorso Leleque ha sognato di diventare una vera città, grazie alla presenza della ferrovia, della posta, di un posto di polizia e di una strada asfaltata come si deve. Una realtà che Hacher ha ben raccontato nel suo lungo e dettagliato articolo, in cui compare specialmente la testimonianza di Don Yanez, 74 anni di cui quaranta trascorsi a Leleque: «Qui era bello, non c’erano problemi, non c’erano furti. I Serquis avevano un bar proprio dove ora c’è il museo e si riempiva di gente. Era una meraviglia, c’era abbastanza gente, con famiglie anche numerose ed è per questo che è stata aperta la piccola scuola. Chiunque camminava come un padrone,
andava per i campi, cacciava qualche animale, raccoglieva uova di struzzo. Una volta dissero addirittura che la zona sarebbe divenuta una riserva indigena, ma alla fine non se ne fece nulla».
La chiusura della linea ferroviaria e l’arrivo dei duenos italianos, i Benetton, hanno cambiato molte cose e, a detta di chi ci vive da un pezzo, in peggio. «Da tre anni – ha proseguito Hacher - l’ostilità degli amministratori della estancia s’è trasformata in un progetto concreto. Le intenzioni della Compañía sono di sgomberare le case, smantellare la stazione e spostare il tutto sul retro del museo, affinché si completi il percorso turistico. Ma il progetto è paralizzato per via di un ricorso: la stazione è stata dichiarata patrimonio provinciale». Ciò nonostante, ha continuato Hacher, «la minaccia di sgombero sta rovinando la vita degli abitanti del luogo».
Non è affatto un’esistenza facile quella dei Mapuche nelle terre comprate dai Benetton. Non avendo una rete idrica, per procurarsi l’acqua potabile sono costretti a scavalcare le recinzioni collocate dal patron; non c’è l’allacciamento al gas e anche la caccia e la raccolta sono regolate dal suo capriccio. «Non c’è nemmeno un presidio sanitario perché la Compañía non vuole. […]. Il medico, quindi, viene una sola volta al mese».
All’interno della estancia, circondato dai fili spinati, vi è una certa quantità di suolo che appartiene allo stato provinciale e sul quale nel 1956 è stata costruita una scuola per i figli dei ferrovieri e dei lavoratori della tenuta. È la
Esquela Provincial n. 90. Per arrivarci bisogna camminare parecchio, per una decina di chilometri circa, senza mai abbandonare l’estancia, quindi si attraversano i binari della Trochita e si superano il Museo e il casco, il gruppo delle case principali.
Mònica vive da più di quarant’anni nella estancia. Suo padre era un puestero della Argentine Southern Land Company. Ha lavorato quindici anni nelle cucine della mensa della scuola e ricorda chiaramente tutto ciò che è cambiato quando alla gestione inglese è subentrata quella italiana. Ha parlato, non senza timore di ritorsioni da parte di Mac Donald, della chiusura del sentiero che conduce alla scuola al fine di evitare – in questo modo si sono giustificati alla Compañia - che estranei potessero introdursi nella loro proprietà. Peccato che la strada provinciale 15 sia ancora oggi l’unico accesso praticabile per arrivare alla scuola e che la CTSA non possieda l’autorizzazione né il diritto di bloccare un camino d’accesso a una proprietà statale. Ad ogni modo è stato grazie alle energiche proteste della direttrice della scuola, di fronte ai funzionari del Governo provinciale, se la preziosa strada è stata riaperta³⁹.
Del conflitto con i Mapuche il gruppo veneto preferisce da sempre non parlare, anche se in qualche occasione ha ritenuto giusto farlo, o, semplicemente, lo ha fatto quando non poteva più evitarlo.
Nel 2004, per esempio, il suo direttore della comunicazione del tempo, l’ex corrispondente dell’agenzia Reuters Federico Sartor⁴⁰, portavoce anche di Edizione Holding
aveva spiegato in un articolo apparso il 18 marzo su “Wall Street Italia”:
“In merito al progetto turistico del treno La Trochita che corre in Patagonia, confermiamo che è stato effettivamente riattivato su proposta del Governo provinciale con l’obiettivo di sviluppare il turismo della zona. Questo progetto includerebbe anche una visita al Museo Leleque, situato nella proprietà privata della Tenuta (il percorso del progetto La Trochita passa dietro il Museo). Al riguardo il Governo sta analizzando la possibilità di includere nel tour anche un pranzo o una sosta”.
Circa il destino della stazione (non più in funzione) di Leleque, Sartor precisava che
“Le decisioni prese finora o quelle che si prenderanno in futuro sulla questione rientrano esclusivamente nella competenza dello Stato provinciale (e nazionale), senza che ci possa essere la minima ingerenza da parte della tenuta Leleque visto che la zona in questione è di proprietà dello Stato. Allo stesso modo la questione della chiusura della Scuola Provinciale Nº 90, situata di fronte alla stazione ferroviaria, dipende esclusivamente dalla Segreteria Provinciale della Pubblica Istruzione. […]. La Compañía de Tierras non ha, dunque, nessuna responsabilità a questo proposito. La Tenuta Leleque invece collabora in modo permanente e fattivo al mantenimento dell’edificio scolastico nonché al funzionamento della mensa”.
I concetti, i toni e i modi utilizzati dall’ex portavoce del gruppo italiano appartengono ad una pratica ben collaudata, usata con successo in altre occasioni da rappresentanti o da portavoce della Compañia. I Benetton sono presenti in Argentina per fare affari, per creare profitto e la loro presenza non ha nulla a che fare con la questione dei nativi né intende esserne la causa o la soluzione. È lo Stato argentino che deve farsi carico del problema, se c’è, e risolverlo; è lo Stato, sono le istituzioni, che devono regolare e perfezionare anche legalmente il loro rapporto con le comunità indigene. È una questione che risale alla formazione dello stesso Stato argentino e non riguarda certo i Benetton, che sono lì dal 1991.
I potenti imprenditori di Treviso possono cooperare, agevolare, ma non possono legiferare o prendere decisioni a riguardo; la loro posizione giuridica li assolve, in sostanza, da ogni responsabilità. Se lo Stato non tutela a sufficienza i Mapuche di Leleque, sembra dire sottotraccia Sartor, perché dovremmo farlo noi che non siamo né un organismo statale, né argentini, né tantomeno Mapuche?
Collocare la questione delle popolazioni native esclusivamente all’interno della giurisprudenza e delle politiche statali permette di sottrarsi ad ogni onere e, contemporaneamente, rappresenta una strategia di marketing evidentemente vincente, capace di creare e rafforzare un’immagine dell’azienda sostenibile, etica e rispettosa delle leggi dei Paesi in cui opera. È l’immagine, in definitiva, con cui i Benetton si sono da sempre presentati al mondo.
Il giornalista Sebastian Hacher, indignato dalle affermazioni di Sartor, ha messo insieme numeri, nomi e circostanze, ha approfondito l’interconnessione delle intenzioni dell’amministrazione statale e quelle specifiche della Compañia, ne ha evidenziato gli incroci e le reciproche dipendenze e ha scritto un articolo in cui racconta non il colore ma la sostanza della realtà. “Per funzionare [la Esquela 90] necessita degli alunni, che in questo caso sono la ventina di ragazzini che vivono presso la stazione Leleque, una piccola isola che lo Stato e Benetton vogliono evacuare per impiantare un’impresa turistica [...]. Chiaro che la Compañia non ha il potere di far chiudere la scuola, ma ha il potere di farla sparire per mancanza di alunni. Perché Sartor non può negare la sua partecipazione al progetto turistico che prevedrebbe lo sgombero delle famiglie della zona. Questione che sia lo Stato che l’amministratore della tenuta cercano di concretizzare da circa un anno”⁴¹.
Nello stesso articolo Hacher ha spiegato poi come lo Stato argentino, diversamente dalla verità che Benetton vuol far passare, non sia stato così sordo alle necessità della multinazionale italiana: ha concesso “benefici fiscali” nell’esportazione della lana prodotta in Argentina, finanziamenti per l’esplorazione petrolifera e mineraria – “solo nel 2001, 1.682.351 di dollari”, scrive nella sua inchiesta -, sussidi per i progetti di riforestazione – “nel bilancio della CTSA del 31 Dicembre del 2001, alla voce Altre entrate nette, figurano 653.545 pesos per reintegro di esportazione e forestazione” – nei quali vengono però utilizzati per la maggior parte pini “della specie conosciuta come Ponderosa, di origine nord americana”, non autoctona quindi,
ma con caratteristiche tali (come la costante sete d’acqua e il suo trattamento con pesticidi) da compromettere l’equilibrio dell’ecosistema. “Come i vecchi conquistadores della Patagonia – ha concluso Hacher - i nuovi padroni della provincia recintata hanno dalla loro lo Stato come grande benefattore e protettore”⁴².
I bambini di Leleque giocano ancora tra i piccoli vagoni abbandonati sui brandelli di binari. I loro occhi non hanno ostacoli. Trasportati dal vento sfiorano alberi e foglie, trapassano i reticolati, sono liberi tra le nuvole che si fanno all’improvviso d’oro, nei desolati e impetuosi tramonti patagonici.
Resistono, e con loro le madri e i padri e i nonni. «Abbiamo deciso che non ci saranno più sfratti, né da parte dello Stato né da parte di Benetton», ha affermato Mauro Millan, divenuto con gli anni uomo di riferimento della resistenza ancestrale nel Chubut. E mentre pronuncia queste parole, sa bene che il prezzo da pagare è, e sarà, molto alto.

CONTINUA........

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