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ALLA FINE DEL MONDO CAPITOLO N° 6




La vittoria di Rosa e Atilio

Sono trascorsi dieci anni - era il 12 maggio 2008 - da quando Luciano Benetton, rispondendo a Dario Di Vico sul “Corriere della Sera”, ha definito la propria strategia imprenditoriale con il nome di «capitalismo creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati del mondo». Come abbiamo visto, si tratta di una formula ben collaudata, tuale quasi, per alimentare l’immagine capital-progressista-anticonformista della sua azienda. Al tempo di quella intervista la pesante crisi finanziaria globale non era ancora esplosa e gli affari di famiglia andavano decisamente bene tanto che l’anziano ma ancor attivo fondatore e chairman dell’impero – il patrimonio netto riportato da United States Forbes in quell’anno era, per ciascuno dei quattro fratelli, di 2,9 miliardi di dollari - aveva pensato bene di riproporla, aggiornandola con una strizzatina d’occhio a una certa sinistra ambientalista e umanitaria, non solo italiana.
In questa narrazione famigliare al centro di tutto ci sono l’ecologia, la sostenibilità, la responsabilità, la trasparenza, il rispetto dei diritti dei più deboli, l’armonia multietnica e di genere: i loro vivacissimi colori sono uniti contro i mali che affliggono il mondo.
Con questo trionfo di toni saturi davanti agli occhi, quasi ci si dimentica che quella sciorinata dall’ex garzone di bottega è una multinazionale che fattura centinaia di milioni di euro ma, soprattutto, ci si dimentica di domandarsi in che modo e con quali costi ambientali e umani i Benetton ci siano riusciti: costi che, se individuati e denunciati, rendono chiaramente visibile l’insostenibilità del loro percorso di “sviluppo”.
Dietro la tenda dipinta con le nuance ormai sbiadite dell’arcobaleno ci sono infatti storie di sfruttamento, di violazione dei diritti umani, di minacce, di ricatti, di povertà e di corruzione: tutte situazioni alla cui eliminazione il gruppo veneto dice da sempre, paradossalmente, di voler contribuire.
Una di queste storie si è svolta a partire dal 2002 negli sconfinati e desolati spazi della Patagonia argentina, a migliaia di chilometri dal loro sontuoso quartier generale di Villorba, circondato da filari di vigne⁴³, nella ricca provincia trevigiana.
È ottobre quando un’umile famiglia Mapuche viene fatta sgomberare dalla polizia su richiesta della Compañia de Tierras, che l’ha denunciata per occupazione di un terreno di sua proprietà. Lo sgombero avviene in modo talmente aggressivo che i due, Atilio Curiñanco e la moglie Rosa Nahuelquir, sono costretti ad andare via in fretta, senza avere nemmeno il tempo di spiegare le loro ragioni, il motivo del loro essere lì. L’indignazione e la rabbia delle associazioni non governative che si occupano di diritti umani, e dei popoli originari in particolare, per il comportamento dei Benetton, rimbalzano in breve tempo sulla stampa internazionale, aprono con forza uno squarcio del tutto inaspettato nell’immagine patinata e spensierata della multinazionale italiana e costringono un Premio Nobel per la Pace a prendere nettamente le parti dei due Mapuche e di tutto un popolo maltrattato e discriminato.

È un uomo mite e un po’ cupo, Atilio, di statura media, ha quattro figli, dieci nipoti, e la faccia dagli inconfondibili tratti indios scolpita dal vento e dalla durezza della vita.
Gli occhi scuri, profondi, sono legati alla consistenza della sua terra, alla saggezza del suo humus.
È nato e cresciuto nei pressi della stazione ferroviaria di Leleque, circondato dalle proprietà della Compañia de Tierras Sud Argentino SA; non ha studiato ma ha dovuto seguire la “regola del povero”: abbandonare la scuola per portare a casa qualcosa da mangiare. Ha perciò lavorato sodo tutta la vita, cambiando spesso occupazione ma non allentando mai la fatica. Lo sfruttamento è stato per lui il vero pane quotidiano e la retribuzione per le sue interminabili giornate - fatte anche di sedici ore -, una specie di concessione.
Rosa, sua moglie, discendente di un cacique di Cushamen, ha abbandonato il terreno di famiglia quando aveva otto anni, dopo la morte del padre, per lavorare prima in un hotel e poi come operaia tessile ad Esquel. In quella stessa cittadina Atilio è stato assunto in una fabbrica di frigoriferi, dove ha lavorato per quindici anni come manutentore.
Nel 2002, con la chiusura senza preavviso della fabbrica di Rosa, la loro vita modesta e senza pretese è cambiata. Per la verità, è stata la spaventosa crisi che l’anno precedente ha fatto scricchiolare l’intera Argentina a trasformare la vita di moltissime persone, e per i Mapuche è stato un colpo ancor più duro.
In una situazione di completo stallo, di mancanza assoluta di prospettive, Rosa e Atilio decidono di riavvicinarsi alle proprie radici, di allontanarsi definitivamente dallo stile di vita dei winkas, dei bianchi, dei non Mapuche, di perare il rapporto comunitario e spirituale con la propria terra ancestrale e con la propria cultura. Il capofamiglia ha poco più di cinquant’anni quando, insieme alla moglie, decide che questo ritorno è l’unica alternativa praticabile per ridare senso e dignità alle loro esistenze.
Il 15 febbraio del 2002 presentano all’Istituto Autarchico di Colonizzazione (I.A.C.) di Esquel una richiesta scritta e formale per capire se il podere denominato “Santa Rosa” sia o meno terra fiscal, demaniale: i due stanno accarezzando il sogno di occuparlo per realizzare una piccola impresa agricola familiare. Il podere, di circa 535 ettari, è ad ovest della Ruta 40, all’altezza del chilometro 1448, e fa parte di un lotto più grande identificato dal Catasto come Finca 60.388 della Sezione J III C della Colonia Lepa.
Dopo numerosi, e purtroppo inutili, tentativi di ottenere una risposta definitiva, lo I.A.C. finalmente ribatte di non poter autorizzare per iscritto l’occupazione, ma suggerisce una possibilità: se i due avessero effettuato dei reali miglioramenti al terreno, avrebbero potuto richiedere allo stesso I.A.C. un’ispezione e poi, eventualmente, ottenere il permesso di occupazione. Con questa informazione, il 23 agosto vanno al Primo Commissariato di Esquel, dove fanno un esposto per avvisare le autorità competenti della loro intenzione di occupare il lotto, e subito dopo raggiungono Santa Rosa.
Cominciano ad arare, a seminare ortaggi e frutta, a sistemare il terreno, rimettono a posto lo steccato caduto, creano un sistema di irrigazione, portano degli animali e tono insieme persino il materiale per costruire una casa in pietra. Ma il 30 agosto il loro sogno si schianta contro la durezza della risposta di chi, su quel terreno prima spoglio e disabitato, vanta i diritti di proprietà.
Mentre loro progettano il proprio umile futuro, al Commissariato di El Maitén viene depositata una denuncia in cui si sostiene che alcuni sconosciuti sono entrati nella proprietà tagliando la recinzione esistente e sostituendola con uno steccato. A firmarla è Ronald Mac Donald, il solerte amministratore generale dell’estancia Leleque.
Il giorno seguente un agente della polizia di El Maitén, Eduardo Quijon, raggiunge il podere, ne constata l’avvenuta occupazione e conferma le modalità descritte nella querela di Mac Donald: a quel punto il giudice istruttore di Esquel, José Oscar Colabelli⁴⁴, firma l’iscrizione di Atilio e Rosa nel registro degli indagati.
A metà settembre, quando l’inverno sta ormai lasciando il posto ad una meravigliosa primavera, l’avvocato Martìn Iturburu Moneff, divenuto procuratore dell’azienda, chiede la restituzione del podere in quanto proprietà della Compañia. Dopo qualche settimana, il 30, viene emanata l’ordinanza di sgombero.
La mattina del 2 ottobre quindici poliziotti armati e accompagnati dai cani entrano brutalmente nel podere Santa Rosa, devastano la casa e sequestrano tutti gli attrezzi, inclusi due buoi con i quali i Curiñanco avevano cominciato ad arare il campo. Non appena apprende la notizia, l’Organizzazione delle Comunità Mapuche – Tehuelche 11 de Octubre organizza per l’11 e il 12 ottobre una protesta all’ingresso dell’estancia. «Questa storia non finisce qui. I Mapuche e i non Mapuche hanno la possibilità di scrivere un altro finale: i Curiñanco ritorneranno alla loro terra», dichiarano fermamente gli attivisti in un comunicato.
Quattro mesi dopo, un’altra mobilitazione viene indetta dalla stessa Organizzazione. Ad “accompagnarla”, l’ 8 e il 9 febbraio 2003, c’è un grande dispiegamento di forze di sicurezza, sia della Provincia del Chubut e sia della Gendarmeria Nazionale, entrambe di base all’estancia Leleque, che fermano e identificano tutti i partecipanti. L’Organizzazione delle comunità indigene accusa lo Stato argentino di essere sottomesso al potere economico, che gestisce le forze dell’ordine come fossero guardie private.
I Curiñanco, invece, vengono trattati come subdoli criminali. Nella denuncia firmata da Mac Donald sono descritti come soggetti penetrati nel terreno privato con attenzione e premeditazione, in modo da non essere visti. La querela spiega che i coniugi hanno fatto il loro furtivo ingresso nel podere dal lato in cui nei fine settimana non passa nessuno, visto che il personale è a riposo, e si sono sistemati al riparo di un bosco in modo da costruire la loro ruca – un’abitazione tradizionale in legno o paglia - indisturbati. Quanto all’abbattimento del recinto che delimitava la proprietà, l’esposto ravvisa gli estremi del reato di “usurpazione”⁴⁵.
Dopo lo sgomento iniziale, Rosa e Atilio decidono di rispondere ai Benetton attraverso il loro avvocato, Gustavo Manuel Macayo, specializzato nelle cause indigene⁴⁶, che redige una memoria con i dettagli della controversia e, contestualmente, chiede l’archiviazione della pratica.
Le terre in questione furono donate nel 1896 dal generale-presidente argentino José Félix Uriburu a proprietari terrieri inglesi come risarcimento per l’impegno profuso nel finanziare il genocidio noto nel Paese come “Conquista del Deserto”⁴⁷. Una volta ricevute – lo spiega esaustivamente Ramòn Minieri nel libro Ese ajeno sur ⁴⁸ - i nuovi proprietari le trasferirono alla Argentine Southern Land Company Ltd, fondata a Londra il primo maggio 1889. Si trattava, all’epoca, di lotti di 90 mila ettari ciascuno, concessi singolarmente a dieci cittadini britannici residenti per lo più nella capitale inglese ma che amministravano i propri affari nel Paese latinoamericano attraverso dei rappresentanti. Nel 1975, il pacchetto azionario della Argentine Southern Land viene comprato dalla compagnia “lussemburghese” Great Western e passa in mano argentine; poi, nel 1982, in seguito alla guerra delle Malvinas/Falklands, la società viene nazionalizzata e cambia il nome in Compañia de Tierras Sud Argentino, finendo con l’essere acquistata dai Benetton nel 1991.
Nella memoria presentata al giudice, i legali della famiglia Mapuche ritengono che la donazione iniziale da parte dello Stato argentino sia avvenuta in circostanze di netta violazione delle leggi 1265 e 1501 vigenti all’epoca: si tratta di norme che limitavano l’estensione degli acquisti di terra a non più di 40 mila ettari⁴⁹ e le donazioni a non
più di 625 ettari. Inoltre, vietavano la possibilità di riunire varie proprietà per formarne una sola, come invece era avvenuto con il passaggio delle terre alla compagnia inglese. Ma c’è un altro particolare che l’avvocato Macayo non intende affatto trascurare, e riguarda i titoli di proprietà: quelli presentati dalla Compañia non sono completi perché manca l’esatta misura dei terreni il cui obbligo è chiaramente esplicitato dall’atto di proprietà. E nessuna delle dieci estancias della Compañia, sottolinea il legale, possiede questa misurazione⁵⁰.
Dal momento che le dimensioni dei terreni della Compañia sono, dal punto di vista metrico, sobre el alambre, sopra il recinto, e perciò indefinite da 110 anni, e considerato che i dati che compaiono sui rispettivi certificati di proprietà sono stati determinati in modo approssimativo, secondo l’avvocato è possibile, effettuando le misurazioni con le strumentazioni attuali, constatare che il lotto Santa Rosa non si trova di fatto all’interno dei possedimenti Benetton ma è, a tutti gli effetti, terra fiscal, cioè demaniale e pubblica.
La convinzione di Macayo è che proprio la mancanza di queste misurazioni sarebbe il motivo per cui l’Istituto Autàrchico de Colonizaciòn non ha fornito a Rosa e Atilio una risposta scritta o una mappa dettagliata che permettesse di accertare a chi apparteneva il territorio che avevano deciso di occupare⁵¹.
A questo, afferma ancora il legale, si unisce il fatto che la Compañia non è registrata alla Ispecciòn General de cia né al Registro Pùblico de Comercio della Provincia del Chubut, dove hanno sede e dove realizzano le loro attività commerciali sette delle dieci estancias donate dal Governo nel 1896, ma solo in quello della Capitale Federale. Vi è inoltre una legge Provinciale, la 3765, che proibisce espressamente alle Società Anonime fondate da capitale straniero, come nel caso della CTSA, di acquisire la proprietà di terre provinciali: si tratta di una direttiva che ha il suo peso anche in termini sociali e di sviluppo - ridurre al minimo l’esistenza di veri e propri feudi lasciati come eredità coloniale dai passati regimi - e Macayo non evita di ricordarlo, così come rammenta che in base alla Falta de legitimaciòn pasiva, il terreno che Benetton chiede, anzi, pretende dai Curiñanco è di fatto già nelle sue mani dal 2 ottobre 2002, data dello sgombero, per cui i suoi assistiti non hanno nulla da restituire.
Il 31 maggio 2004 viene letta la sentenza. Il giudice Jorge Eyo ravvisa il non luogo a procedere per il reato di usurpazione e Rosa e Atilio vengono prosciolti in quanto non sussiste alcuna accusa di “atto violento ed occulto”. Come mostrano le fotografie e i video girati dai due Mapuche al loro arrivo a Santa Rosa, la recinzione risultava già abbattuta; tuttavia in sede civile i coniugi sono costretti a restituire la terra occupata: il giudice ha infatti ritenuto che le misurazioni effettuate dai periti mostrano che il podere si trova nelle proprietà della Compañia, che le iscrizioni ai registri governativi e provinciali hanno seguito il corretto iter burocratico, che la CTSA ha portato a compimento le esigenze legali per un regolare funzionamento della propria attività.
Dal momento che la difesa non produce argomenti validi con cui opporsi all’obbligo di restituzione definitiva del podere, il giudice rigetta tutte le richieste dei querelati.
«Per noi, la democrazia non è ancora arrivata» , è il commento di Mauro Millan dopo la lettura della sentenza. Per Macayo, delusissimo, è chiaro che «ancora una volta non sono stati rispettati i diritti delle popolazioni indigene della Patagonia».
Nell’agosto successivo Rosa e Atilio denunciano Ronald Mac Donald e l’ufficiale della Polizia provinciale del Chubut e chiedono l’apertura di un’indagine; le loro istanze vengono però spazzate via dal vento.
La vicenda che vede contrapporsi l’impresa multinazionale e i “piccoli” indigeni oltrepassa i confini patagonici per rimbalzare in tutta l’Argentina e poi in Europa; le organizzazioni per i diritti umani definiscono Benetton un “arraffa terra” che pratica la discriminazione razziale e si comporta come un nuovo colonialista. A Bristol, a sud ovest del Regno Unito, la Enlace Mapuche International (Mapuche International Link), promuove una campagna di denuncia europea nei confronti della Compañia e delle sue attività commerciali in Patagonia. Per il suo segretario generale, il cileno Reynolds Mariqueo, in esilio in Gran Bretagna dai tempi di Augusto Pinochet, «Benetton cambia atteggiamento come il camaleonte cambia di colore: da un lato promuove nella sua propaganda United Colors la nozione di un mondo multiculturale e di armonia etnica, presentandosi come benefattore dei poveri, e dall’altra, quando si tratta di soldi, non vacilla a rimuovere tutto ciò che gli attraversa la strada. Nulla importa se quegli ostacoli sono intere comunità indigene a cui vengono strappati i mezzi di sopravvivenza. Per Benetton queste famiglie sono invisibili, non esistono, perché sa che appartengono ai popoli emarginati, i più vulnerabili e discriminati del mondo»⁵².
Sebbene nella controversia con la famiglia Curiñanco l’azienda italiana si sia fatta rappresentare da una nota e potente agenzia di pubbliche relazioni, la Burson-Marsteller⁵³, nel settembre 2004 viene di fatto esclusa dagli indici per l’investimento responsabile FTSE4Good, vale a dire gli indicatori che misurano le performances finanziarie di quelle società che hanno dimostrato particolare attenzione alla responsabilità sociale. I principi dei Benetton non corrispondono più a quelli imposti dalla società inglese in merito alle “politiche ambientali, sociali ed il rispetto dei diritti umani”.

CONTINUA........

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