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ALLA FINE DEL MONDO CAPITOLO N° 8

Gli “angeli custodi” non amano i Mapuche













La Ruta Nacional 40 è una delle strade più lunghe e suggestive del mondo. Si estende come la lingua di un drago lungo il Paese che attraversa longitudinalmente per quasi 5 mila chilometri: da Punta Loyola, nella provincia meridionale di Santa Cruz, va su, fino a Jujuy, al confine con la Bolivia, correndo parallela alla maestosa Cordigliera delle Ande. Da un lato e poi dall’altro della grande e polverosa ruta il visitatore è accolto da montagne, ghiacciai, steppe, laghi, fiumi, altopiani. Ed è proprio lungo quella che in molti paragonano alla Route 66 nordamericana, e precisamente nella regione di Vuelta del Rìo⁷⁰, tra le provincie nordestine del Chubut e di Rìo Negro, che la sera del 13 marzo 2015 un gruppo di Mapuche appartenenti al Movimiento Autonomo Puel Mapu, stanziato nel Dipartimento di Cushamen, ha occupato una porzione di quasi un migliaio di ettari della sterminata “fattoria” di cui la famiglia Benetton è proprietaria, la estancia Leleque, e l’ha chiamata Pu Lof en Resistencia⁷¹. Lo scopo: dare inizio a un “processo di ricostruzione politica e filosofica della millenaria nazione Mapuche”.

Ad attuare questo recupero territoriale ancestrale nel punto in cui la Ruta 40 si interseca con la provinciale 70, sono uomini, donne, bambini, anziani. Arrivano da territori ostili, molto poveri, incrostati di zolle dure, aride, difficili da coltivare, corrosi da calanchi e fittamente teggiate da pini, non autoctoni e piantati da Benetton. Il suolo non offre nutrimento nemmeno agli animali che allevano; l’energia elettrica è pressoché assente così come la copertura dei telefoni cellulari. E le distanze, in questo brandello di Patagonia, non sono uno scherzo: il capoluogo di provincia, la “gallese” Rawson, è a quasi nove ore e mezza d’auto, Buenos Aires, a diciassette.
Nella polverosa Lof, che in lingua mapudungun significa “comunità di famiglie con un antenato comune”, vivono gli uni accanto agli altri in baracche di legno e lamiera sulle quali si affacciano, tanto dolci quanto inattese, le colline rischiarate dal sole. Lì vicino scorre gelido e serpentino anche il rio Chubut, l’unica sorgente d’acqua presente nel raggio di diversi chilometri. Tutto il resto, ciò che li circonda e che prosegue ancora più in là, come se non avesse una fine, quel paesaggio che quando non è imbiancato dalla neve si tinge inaspettatamente con le sfumature del giallo delle coirones e con il verde dei pini, appartiene ai Benetton. Sembra impossibile, quando la si percorre, che tutta questa vastità sia una proprietà privata.
Fin dal giorno del loro ingresso nell’estancia, i membri della piccola comunità sono stati aggrediti più volte anche con armi da fuoco, i loro animali sono stati feriti, uccisi o sequestrati, e i loro umili alloggi danneggiati, quando non incendiati. Gli aggressori, per convincerli ad andarsene, hanno sparato contro di loro pallottole di gomma e proiettili veri: con ogni probabilità si è trattato di personale della polizia in forza al Subcommissariato di Leleque o del servizio di sicurezza privato del gruppo industriale italiano. Solo per caso, tra l’altro, non ci sono stati morti.
Il primo attacco è avvenuto proprio la sera del 13 marzo 2015, ed è per questo motivo che quando, poco dopo, i membri della comunità hanno incontrato la stampa alternativa patagonica per denunciare il fatto, si sono presentati tutti con i volti coperti da sciarpe e fazzoletti. Ai cronisti hanno spiegato che il pueblo Mapuche non esiste senza un territorio e che hanno voluto passare all’azione recuperando terre sottratte loro nel tempo in maniera illegale.
Per difendersi dai ripetuti assalti della polizia e per portare avanti la loro rivendicazione, hanno più volte denunciato l’irregolarità dell’atto d’acquisto della terra e il taciuto ampliamento della sua superficie⁷² e installato, all’ingresso del minuscolo villaggio che hanno allestito, una casilla di guardia, un posto di guardia permanente⁷³ in cui si alternano i membri della comunità. Quello che i Mapuche della Pu Lof en Resistencia hanno fatto non è che il recupero di qualcosa che, fino a due secoli fa, era loro. Qualcosa che non si può né vendere né comprare perché appartiene alla cultura, alla spiritualità e all’identità di questo popolo: la terra, l’acqua, i boschi, le montagne, le pietre, il cielo. Nella simbologia Mapuche, focale è la corrispondenza tra il cielo e la terra: il mondo degli spiriti degli antenati, chiamato Pillanes, deve custodire un equilibrio, una connessione, con il mondo dei viventi.
«Noi non rubiamo», dicono accorati, «ma recuperiamo.
Questi sono Wiñomüleiñ ta iñ mapu meu, parole che nella nostra lingua significano territori recuperati, e rappresentano l’esercizio di un diritto a ritornare nelle terre che altri ci hanno rubato». Spogliati di tutto dai militari argentini al termine della spietata Conquista del Desierto, umiliati e confinati in campi di concentramento, accerchiati, rassegnati, messi in ginocchio dalla piaga dell’alcolismo, obbligati a diventare stanziali così da essere facilmente controllabili e assoggettabili, è stato grazie ad un decreto del Governo emanato nel 1899 (e protetto dalla Legge sulla casa n. 1501 del 1884) se ai Mapuche sopravvissuti è stata concessa, di nuovo, la terra. Ma ciò che è tornato loro indietro non era il suolo rubato bensì qualcosa di diverso: un’arida terra di una cinquantina di leghe, pari a 125 mila ettari, suddivisa in 200 parcelle, o lotti, ciascuna delle quali con una superficie di 625 ettari⁷⁴. Piccoli appezzamenti, insomma, che il più delle volte ai nativi hanno regalato lacrime anziché sorrisi: la loro coltivazione era resa ardua, se non impossibile, dall’indisponibilità d’acqua, e pure il pascolo, essenziale per la sopravvivenza della colonia, era pieno di complicazioni poiché non esisteva alcuna differenziazione tra pascoli estivi e invernali. Una terra “cattiva” che consacrava, in definitiva, la loro condizione di poveri, di emarginati, di analfabeti, di oltraggiati senza possibilità di riscatto.

I lotti migliori, quelli più fertili e più prossimi alle ferrovie, il Governo argentino li aveva a suo tempo donati agli obbligazionisti inglesi dell’Argentine Southern Land Co come ringraziamento per le robuste sponsorizzazioni devolute durante la campagna militare. Le buone terre patagoniche, i suoi magnifici specchi d’acqua erano, e ancora sono, monete di scambio dal valore inestimabile. Il Governo li ha praticamente svenduti a importanti industriali argentini e stranieri, ma anche ad autorità straniere, specialmente Cina, Arabia Saudita, India⁷⁵, le quali, anziché rispondere ad una precisa esigenza pubblica, li hanno recintati con steccati e filo spinato, collocandovi telecamere di sorveglianza in funzione ventiquattro ore su ventiquattro, sfigurandoli con chilometri di piste di atterraggio, stravolgendone la natura e dando vita ad una lunga serie di conflitti con i residenti e con le popolazioni native. È accaduto, per esempio, con il magnifico Lago Escondido⁷⁶ nella provincia di Rìo Negro, comprato dal ricchissimo businessman inglese Joseph “Joe” Lewis, partner in affari del magnate di origini ungheresi George Soros e amico intimo dell’ex presidente argentino Mauricio Macri; con il fiume Traful, nella provincia di Neuquén, passato nelle mani del miliardario statunitense Ted Turner, o con i boschi nativi e la laguna neuquina Los Carrizos acquistata – e recintata - da Roberto Hiriart, nipote dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet.
Nella regione patagonica argentina i padroni più facoltosi possono contare sulla protezione di “angeli custodi” molto speciali, che appartengono al complesso apparato Statale: ad esempio le Confederazioni Rurali⁷⁷, veri e propri raggruppamenti di grandi proprietari terrieri, di
estancieros e di produttori agricoli, molto attivi a fianco del precedente Governo (e non solo) nella difesa dei latifondisti/investitori, nella criminalizzazione delle comunità Mapuche insediate in terre divenute private e nell’avallo delle spinte razziste ed etnocentriche ancora presenti in una parte della società argentina.
«Siamo vittime, nel Sud, delle occupazioni dei campi da parte dei Mapuche che rivendicano una Nazione Mapuche. Ciò è finanziato, ha una struttura, reclamano la territorialità e leggi proprie: questo significa fondare una Nazione dentro la Nazione argentina. Si tratta di un delitto di sedizione catalogato come tradimento della patria», aveva affermato il loro presidente Dardo Chiesa, in una intervista rilasciata nel febbraio 2017 alla web tv argentina “Chacra”. Pochi mesi più tardi, in occasione dell’inaugurazione di un’ Expo nella provincia di Santa Fe, l’esuberante Chiesa aveva perfino usato i termini “terrorista” e “violenta” per definire quella Pu Lof en Resistencia che nel Sur del Paese stava attuando il limitato recupero di terre ancestrali comprate dai Benetton. Parole non meno aggressive nei confronti di questa comunità erano state pronunciate in differenti occasioni da altri dirigenti delle società rurali patagoniche, non curanti delle norme costituzionali e internazionali che garantiscono al popolo Mapuche i diritti collettivi e individuali, specialmente alle terre, alle risorse naturali, alla sua cultura, identità e lingua, all’autodeterminazione e all’autonomia.

Nel febbraio 2017, durante la tradizionale “Esposizione del bestiame” a Dina Huapi, nella provincia di Rìo Negro, il vicepresidente della Società Rurale di Bariloche, Santiago Nazar, aveva dichiarato a “Radio Nacional”: «Non esitiamo a colpire, a uccidere o a incendiare […]. Questi gruppi passano per essere poveri, per gente che sta soffrendo oppressione e ora anche repressione: bene, questa è tutta una montatura dei media, si tratta di strategie sullo stile di Sendero Luminoso e di gruppi simili». E ancora un mese prima, sulla scia della brutale repressione di polizia del 10 e 11 gennaio a Leleque (conclusa con il ferimento di alcuni membri della comunità, donne e bambini compresi, con una decina di arresti, la devastazione di diverse abitazioni e il sequestro o l’uccisione di animali), la Federazione delle Società Rurali del Chubut aveva divulgato un comunicato in cui dichiarava «imprescindibile» il fatto che «la provincia del Chubut, i suoi abitanti e produttori ritrovino la pace sociale che è stata interrotta dalle attività di questi gruppi violenti».
Anche la Società Rurale Argentina⁷⁸, nell’agosto 2017 ancora presieduta da quel Luis Miguel Etchevehere che poco dopo sarà nominato ministro dell’Agricoltura da Macri, aveva ritenuto di esprimere in un comunicato la propria assoluta opposizione alle azioni «violente e illegali» dei Mapuche di Cushamen (qui chiamati Resistencia Ancestral Mapuche), «che nulla hanno a che vedere con la rivendicazione etnica. Tra i delitti di cui questa associazione criminale è accusata vi sono l’incendio di case, di boschi, l’attacco a lavoratori rurali, la privazione illegittima della libertà, l’abigeato, l’usurpazione e il danno alla proprietà privata […]. Sono molte le famiglie dei produttori che subiscono la minaccia costante di questo gruppo criminale, che da anni agisce nella totale impunità […]. È ora che la giustizia applichi la legge». Le accuse citate da Etchevehere non sono altro che quelle lanciate dalla Compañia ma che il magistrato Oscar Oro ha ritenuto non sufficientemente provate.
Tuttavia è la storica Società Rurale di Esquel ad avere espresso la posizione più intransigente in questa vicenda. Il motivo? La composizione del suo stesso comitato dirigente, che a fianco del presidente, l’ingegnere Leonardo Jones – dal 2017 successore del polemico Jorge Turcato, fratello di Adolfo Horacio, colui che anni fa si era occupato di vendere a corporazioni e a politici amici, per conto del governatore del Chubut, migliaia e migliaia di ettari di boschi nativi, e ciò in barba alle leggi argentine e alla Costituzione provinciale – conta la presenza di molti professionisti legati strettamente ai Benetton. Lo stesso Jones, per esempio, dal 2008 ricopre il ruolo di responsabile tecnico dell’area agricola delle estancias El Maitèn e Leleque amministrate della Compañia de Tierras Sud Argentino; oppure Vivian Hughes(79) che a Leleque risulta essere tra gli impiegati di più alto livello e di maggiore fiducia..
Altre poltrone strategiche sono quelle occupate da Arnoldo Esteban Diaz, ingegnere, consulente ambientale ed esperto di turismo per la provincia del Chubut, che in passato ha tenuto salde le redini dell’importante ente provinciale Bosques y Parques, dall’ingegnere Pablo Rago, membro della Comaifo, la potente Cooperativa che si occupa di rifornire e commercializzare il legname del nordest del Chubut, il quale, da quanto riferisce l’agenzia di notizie “Cadena del Sur”, lavora quasi esclusivamente nella forestazione delle decine di migliaia di ettari di terra dei Benetton. Ulteriori “anelli di congiunzione” tra le influenti corporazioni rurali e la Compañia sono, da quel che riferisce ancora “Cadena del Sur”, Juan Goya, ex vicepresidente delle Confederazioni Rurali Argentine e attuale presidente della Associazione Argentina Allevatori di Merino. Decisamente noto e controverso é poi il nome di Luciano “Lucho” Bugallo, per un certo periodo amministratore delle estancias del Gruppo italiano e consigliere della ex parlamentare Elisa Carriò nelle Commissioni per l’Industria agroalimentare e per le Economie e lo Sviluppo regionale, membro della Società Rurale di Esquel e deputato provinciale di Buenos Aires. Non meno discusso è quello del fedelissimo Diego Eduardo Perazzo, dal 1991 numero due della CTSA, direttore e presidente della “Minsur” e tra i membri del consiglio direttivo della Associazione Argentina Allevatori di bovini Hereford.
Per capire quanto potere detengano queste corporazioni è necessario saperne un po’ di più sulla terra argentina. Il Paese, la cui superficie si aggira sui 2 milioni di chilometri quadrati, ha quasi 270 milioni di ettari di terre rurali che possono essere sfruttate per allevare bestiame, per coltivazioni agricole, per la produzione vitivinicola e ne mineraria. Secondo i dati del Registro Nazionale delle Terre Rurali, un ente creato con la legge nazionale 26.737 del 2011 e che dipende dal Ministero di Giustizia argentino, il 5,57% di questo territorio è oggi nelle mani degli stranieri. È stato, questo, un processo graduale e tuttavia inarrestabile, cominciato negli anni Novanta con la politica di liberalizzazione commerciale varata dal Governo per fare fronte alla crisi e che ha avuto, tra i suoi effetti più devastanti, un diffuso indebitamento dei produttori piccoli e medi, soprattutto a livello famigliare, i quali, nel tentativo di ripagare i debiti, si sono trovati a dover vendere i propri possedimenti fondiari agli stranieri.⁸⁰
Per porre un freno all’eccesiva concentrazione di terra, specie se di qualità, nelle mani di pochi, come nel caso dei Benetton, nel 2011 il Governo di Cristina Fernández de Kirchner che aveva denunciato la “stranierizzazione delle nostre terre”, ha promulgato la legge 26.737 sulle terre rurali che ha limitato a mille ettari per straniero - persona o impresa - e, dunque, a un massimo del 15%, la terra denominata “zona nucleo”, situata nel nord di Buenos Aires, a sud di Santa Fe e a sud di Cordoba, o le equivalenze di ogni provincia. Questa legge ha inoltre stabilito che ogni proprietario terriero non può detenere più del 4,5% delle terre di un dipartimento, di una provincia o della nazione argentina. Peccato, però, che non abbia alcuna retroattività e che non incida minimamente sui possedimenti acquisiti prima del 2011, molti dei quali sforano abbondantemente il limite imposto. Tuttavia, nel giugno 2018 a San Carlos de Bariloche è accaduto qualcosa di totalmente inaspettato: la giustizia argentina ha imposto al Governo di trasferire a titolo gratuito⁸¹ a una comunità Mapuche del luogo, che da diverso tempo la reclamava, 240 ettari di terra dal valore decisamente importante: tra i 25 e i 30 milioni di dollari. CONTINUA......

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