Le sei estancias comprate da Benetton sono “le più belle e le più care” d’Argentina, scrive il giornalista Stefano Malatesta nel 1997 su “Repubblica”, riportando le parole del più giovane dei quattro fratelli che nel 1965 hanno fondato l’impero.
“Dice di aver girato per anni tutta l’Argentina, e di aver visto molte altre fattorie. Alla fine le ha comprate per 37 milioni e mezzo di dollari, un 20 per cento in più del suo prezzo di mercato, perché due dei tre proprietari, gente danarosa che vive a Buenos Aires e che aveva lasciato le terre in semiabbandono, non avevano alcun bisogno di vendere”. Il fiore all’occhiello è comunque quella di Leleque, formata da una successione di vallate che si rincorrono quasi fossero le carrozze del celebre Viejo Expreso Patagònico oggi monumento nazionale, i cui binari si srotolano paralleli alla Ruta 40.
La estancia richiede naturalmente investimenti continui ed elevati: nel 1997, dopo essere andato a pescare trote salmonate in un incantevole lago patagonico in compagnia del signor Carlo e di un suo “molto simpatico amico che lo accompagna sempre nei suoi viaggi in Argentina”, Malatesta aveva scritto che l’imprenditore veneto investiva un milione di dollari l’anno in migliorie. “Alla fine dell’anno guadagna qualcosa ma credo che il vero guadagno venga dall’immagine, alla quale i quattro fratelli sono stati sempre molto attenti, di un’azienda solidamente attrezzata per il ciclo completo […]. E dall’immenso piacere di vivere per qualche settimana immerso in una natura che non potrebbe essere più diversa dalle affollate campagne di Treviso”.
Un angolo di paradiso che i padroni sono soliti condividere con gli amici (spesso legati alla politica argentina) e, talvolta, con i giornalisti, mentre i tanti puesteros⁸² che lì prestano la propria opera vivono in condizioni difficilissime: ricattati, con salari minimi, senza assicurazioni sulla vita, senza possibilità di sindacalizzarsi. Anche le donne e i bambini vivono la povertà e lo sfruttamento. Nell’agosto 2017 l’antropologo argentino Hernàn Schiaffini ha raccontato in uno scioccante editoriale per “Cosecha Roja”⁸³ che nelle terre di Benetton le pecore vivono meglio degli esseri umani.
La strada d’accesso è gradevole e bucolica, la terra è in eccellenti condizioni. Ci sono delicati corsi d’acqua che passano sotto a ponti molto pittoreschi. L’erba si estende fino ai bordi della strada e pecore grasse fanno capolino con le loro teste dai recinti. Poi appaiono le case della estancia, in eccellente stato e nascoste tra le file di pioppi della Lombardia che fermano il vento. Lì ci sono la sede dell’amministrazione, la casa dei manager e anche una piccola cappella; vicino, inoltre, c’è il museo e un vecchio emporio, messo a posto per farne il punto di accoglienza dei turisti […]. Gli animali, ciascuno dei quali vale varie decine di migliaia di dollari, stanno in cubicoli singoli, grandi e confortevoli, piastrellati, ai quali si può accedere da una grossa porta in legno. All’interno hanno acqua e cibo. L’edificio è bianco, pulito, ampio e comodo […], il soffitto è alto, di legno chiaro, sostenuto da colonne anch’esse in legno. Il luogo è tiepido, mentre fuori il freddo di mezzogiorno fa uscire nubi di vapore dalle nostre bocche […]. Più ci si allontana dal percorso predisposto per i visitatori, più le cose, però, peggiorano. Dentro la proprietà di Benetton c’è anche una stazione ferroviaria, dove vivono (e vivevano) decine di famiglie con moltissimi bambini […], vi è anche una scuola primaria e il treno, La Trochita, si ferma lì molto irregolarmente. Quando lo fa le donne cercano di vendere torte fritte […]. Le strade, lì, non si possono percorrere durante l’inverno, a meno che le basse temperature non tengano il suolo congelato... e lì ci sono la scuola, le case e la fermata della stazione ferroviaria di Esquel. Le case sono fatte con assi di legno procurate durante i lavori di costruzione della linea ferroviaria, negli anni Quaranta del Novecento. I pavimenti sono di terra battuta e non hanno altro servizio che l’elettricità, appena sufficiente tuttavia ad accendere alcune lampadine quando arriva la sera. Per riscaldarsi e cucinare c’è bisogno di legna, che però scarseggia nella zona. Alcuni abitanti di queste case devono anche andare a prendere l’acqua da un rubinetto all’aperto, che si congela, chiaramente, quando è inverno. Sono case buie, con poche e piccole finestre. Le persone vivono lì ammassate, dormono tutti insieme: fratelli, cugini, nipoti, madri, zie e nonne. Sono quasi tutte donne e bambini gli tanti della Stazione, perché gli uomini sono puesteros della estancia e trascorrono la maggior parte dell’anno fuori casa, alloggiati nei campi […]. Il medico arriva una volta alla settimana, e solo grazie alla scuola i bambini possono mangiare ogni giorno. In questo posto, le pecore vivono meglio delle persone.
Significativo è anche il racconto di Sergio Nahuelquir, un membro della Pu Lof en Resistencia e discendente diretto del primo lonko - così è chiamato in lingua mapudungun il capo spirituale di una comunità - di Cushamen, Miguel Ñancuche Nahuelquir, sulla vita che si fa nella proprietà di Benetton.
La Compaña è sempre esistita, mio papà lavorava lì quando era di proprietà inglese: addestrava asini. Successivamente [ha fatto questo] anche a Santa Cruz, dove arrivammo nel 1980 perché a Cushamen non era possibile vivere... stavamo morendo di fame. E così anche la maggior parte é uscita da Cushamen. Sapevamo che la Compaña, inglese a quel tempo e ora dei Benetton, è un apparato oppressore che si estende in tutta la zona. Ha sempre funzionato così. La gente lavorava umilmente a Leleque. Tutti gli imprenditori che sono venuti qui hanno sempre oppresso il pueblo: ti davano il permesso di raccogliere la legna, ma non più del necessario. Ti permettevano di usare i cavalli, ma uno solo. E così il loro potere è andato aumentando.
Federico Soria, ricercatore indipendente patagonico e attivo ambientalista, ha analizzato con attenzione la presenza della famiglia Benetton nella regione, in particolare nel Chubut, evidenziandone luci (poche) e ombre (molte «La estancia dà lavoro a centotrenta persone in maniera diretta e ad altre duecento in forma indiretta», ha affermato, «e questo ultimo dato corrisponde ai puesteros. Il resto è rappresentato da capisquadra e personale amministrativo; stiamo parlando di un totale di trecentotrenta persone che lavorano in un milione, quasi, di ettari della migliore terra della regione. Queste stesse terre, gestite diversamente, potrebbero dare sostentamento a centinaia di migliaia di persone. L’investimento iniziale di Benetton in Patagonia è stato di circa cinquanta milioni di dollari. Tutto questo denaro per dare lavoro solo a trecentotrenta persone».
Al gruppo italiano è stato permesso di diventare il più grande proprietario terriero del Paese «perché», continua Soria, «la proprietà privata è sancita dalla nostra Costituzione, e sebbene alcune leggi la restringano, le decisioni politiche di coloro che hanno governato la Repubblica argentina, dalla sua indipendenza fino ad oggi, stabiliscono che questo diritto deve essere considerato assoluto». La presunta intoccabilità degli industriali italiani andrebbe in parte attribuita, secondo l’attivista, anche agli interessi in gioco tra loro e l’ex presidente Macri: «Gli interessi comuni sono gli affari societari. Benetton si è vincolato all’aristocrazia argentina, la quale fa peraltro parte dei direttivi delle sue imprese (anche di Minera Sud Argentina Resources) nel Paese. A sua volta il Governo dello Stato argentino ha sempre privilegiato gli interessi corporativi particolari su quelli collettivi, sociali. Non è un modus operandi solo della gestione Macri, ma possiamo dire che nel suo Governo ciò si è fatto più evidente […]. I Benetton sono stati molto aiutati e protetti dagli organi e dagli ambiti dello Stato argentino: i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario in ambito nazionale, provinciale e municipale». Quanto alla curiosa presenza della sede distaccata della Gendarmeria nazionale all’interno della estancia, «a dare l’autorizzazione è stato il Governo nazionale. Attualmente (nel 2018, nda) il funzionario che tiene un “filo diretto” con in Benetton - per organizzare le retate repressive contro il pueblo Mapuche e per militarizzare le sue estancias – è Pablo Noceti, capo di Gabinetto del Ministero della Sicurezza e in precedenza avvocato difensore dei militari della dittatura accusati di crimini contro l’umanità».
La Compaña de Tierras Sud Argentino rispedisce con forza al mittente questa ricostruzione. «La nostra principale preoccupazione», sostengono - in riferimento all’occupazione della Pu Lof - «sta nel garantire la sicurezza dei nostri lavoratori, poiché da quando sono arrivati quei gruppi i nostri lavoratori, e anche altri residenti, hanno patito intimidazioni e attacchi. Queste persone agiscono con violenza, nella totale impunità e fuori da ogni controllo. Noi crediamo che i metodi violenti non consentano di trovare soluzioni ma che ciò può accadere con il dialogo e la giustizia, come abbiamo dimostrato nei fatti. Amiamo la Patagonia e rispettiamo le sue comunità e la sua storia».
Anche l’ex manager regionale della Burson – Marsteller, Diego Campal, una lunga esperienza come “ripulitore di conflitti” in America Latina per conto di multinazionali e attuale responsabile in Argentina dell’agenzia internazionale Jeffrey Group⁸⁴ che cura la comunicazione della Compaña, spende con noi due parole sulla vicenda. «Non commentiamo ma segnaliamo che il gruppo che ha occupato illegalmente la proprietà della Compaña ha ricevuto fino ad oggi più di settanta denunce penali per atti di violenza, in questo caso reali e facilmente verificabili con una ricerca su Internet, che comprendono minacce, incendi volontari dei luoghi di lavoro, furto di bestiame, taglio delle recinzioni, detenzione di armi, privazione della libertà di lavoratori della Compaña, tra le altre cose. Questo gruppo minoritario e violento, che fa riferimento alla Resistencia Ancestral Mapuche, non ha relazione con la Comunità di Cushamen, con cui la CTSA mantiene rapporti eccellenti da anni. Le stesse guide spirituali⁸⁵ delle Comunità di Ranquil Huao e Cushamen hanno più volte spiegato la questione».
Chissà se Campal e la CTSA potevano immaginare che un giorno i Mapuche sarebbero stati assolti proprio dalle accuse che più frequentemente ricorrono nelle denunce: usurpazione e abigeato. È accaduto nel marzo 2019 quando il giudice della Camera Penale di Esquel, Carina Paola Estefanìa, ha assolto cinque componenti della Pu Lof en Resistencia, a suo tempo querelati dalla Compañia de Tierras Sur Argentino Sa, poiché i fatti non costituiscono reato. “Non ci può essere usurpazione di un territorio abitato ancestralmente”, si legge nella sentenza “così come riconoscono varie leggi nazionali, compresa la Costituzione argentina, e trattati internazionali; dunque, non vi può essere crimine”. Pochi mesi dopo l’assoluzione per le stesse accuse è arrivata anche per il lonko della comunità, Facundo Jones Huala.
CONTINUA........

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